Arkè Studio


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Etica della Comunicazione

Comunicazione

Virus Superstar.
Una piccola storia dell'influenza 'porcina' nella stampa italiana.


3 dicembre 2009
Presentazione alla Circoscrizione 1, Ferrara
di Mauro Serio


Pandemia, l'incubo del mondo globale
di ELENA DUSI

L’ambizione massima di ogni virus è [..] raggiungere il livello di pandemia, toccare con la sua presenza ogni luogo del pianeta e saltare da un individuo all'altro come dentro a un biliardino impazzito. l virus dell'influenza - il più mutevole e proteiforme della famiglia dei virus - tentò di scassinarci nel 2007 con la combinazione H5N1 (la sigla dell'aviaria). Nel 2003 toccò alla Sars[..] era capace di uccidere il 50-60 per cento dei contagiati. H1N1. È la sigla del microrganismo che causa la febbre suina[..] Quella combinazione è la stessa con cui venne etichettato il virus della spaventosa pandemia spagnola, che tra il 1918 e il 1919 con 50 milioni di vittime in tutto il mondo risultò più letale perfino della Grande Guerra.

Repubblica.it 30 aprile 2009


Alla fine di aprile 2009 iniziano a comparire articoli, sulla stampa nazionale, che parlano del Messico, di allevamenti di maiali, e di tante persone che appaiono molto preoccupate, che camminano per le strade con il volto coperto da mascherine bianche. Quello che possiamo comprendere è che sta succedendo qualcosa di molto grave, qualcosa che non sarà facilmente controllabile.

PACO IGNACIO TAIBO II. Città del Messico
I cinema sono chiusi, i teatri sono chiusi. [..]
Ma la gente continua ad andare al lavoro, [..]
Le strade però sembrano quasi deserte. Prive di colori.
Mancano le nuvole immobili nel cielo.

Repubblica.it 4 maggio 2009


Da qui inizia questa breve storia dell'influenza porcina nella stampa italiana, una storia che in pochi mesi ha fatto diventare A/H1N1 un Virus Superstar!

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ETICA DEL DISCORSO


All'etica del discorso viene affidato il compito di render cosciente la corresponsabilità di tutti gli uomini e forse anche in certo modo di organizzarla. A questo punto i media diventano importanti e lo diventano anche le riunioni e le discussioni, i dialoghi, che noi di continuo conduciamo, e quindi naturalmente anche i mezzi di comunicazione. Io sono solito dire che oggi ogni giorno hanno luogo mille discussioni, a tutti i livelli: discussioni molto esoteriche, a livello filosofico, come quella che stiamo facendo adesso, oppure anche ad altri livelli, per esempio a livello politico, economico, tecnico, scientifico. Ma anche discussioni in cui sono in gioco decisioni, nuove regole, leggi; in ogni caso, discussioni in cui viene incanalata e organizzata la corresponsabilità e la cooperazione degli uomini, quella cioè dei membri delle differenti nazioni, ma anche quella dei membri dei diversi settori e istituzioni dell'umanità. In relazione ai problemi che oggi vengono chiamati problemi dell'umanità - e che quindi non riguardano il problema di una giusta vita individuale e nemmeno quello delle forme di vita di singoli popoli e delle loro tradizioni - si ripropone ogni giorno la necessità di condurre mille discussioni sui problemi dell'umanità nei campi da me indicati; a questo proposito l'etica del discorso con la sua impostazione può essere, spero, particolarmente feconda. Karl Otto Apel, L'etica della comunicazione.

(Karl Otto Apel, L'etica della comunicazione - Intervista di Vittorio Hösle) http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=4

Quel che dico non fa che generalizzare quanto già espresso da Peirce a riguardo della comunità degli scienziati, per riferirlo alla comunità di tutti coloro che sono in grado di argomentare o, se si vuole, di pensare.

Karl Otto Apel

Costoro hanno già sempre riconosciuto di formare una comunità di persone dotate di pari diritti e insieme di pari responsabilità, ovvero una comunità di persone solidali nella responsabilità e nell'uguaglianza dei diritti. Io credo che tutto ciò sia già presupposto da ogni seria domanda: ponendola, si suppone di essere entrati nello spazio di una comunità anticipata come comunità di uguali nei loro diritti e nella loro responsabilità, relativamente ad ogni possibile soluzione dei problemi sollevati. E quando riusciamo a esplicitare questi presupposti in termini formali e procedurali, otteniamo un principio di fondo per tutti i discorsi in cui vengano affrontati problemi concreti in rapporto a situazioni specifiche. Questo è per così dire il secondo livello: è comunque indispensabile che molti problemi vengano delegati ai concreti discorsi pratici, poiché è lì che possono venir portati a espressione i bisogni degli interessati e messo a frutto il sapere degli esperti.

(Karl Otto Apel, L'etica della comunicazione - Intervista di Vittorio Hösle) http://www.filosofico.net/intervistaapel.htm

Negli anni ’60, Habermas si concentra soprattutto sul tema della comunicazione tra gli uomini, influenzato dalla cosiddetta “svolta linguistica” e dalla “teoria del linguaggio” (sia ermeneutica, sia analitica). Con la nascita di questo nuovo interessamento, il nostro autore abbandona lo studio precedente sull’individuo come entità solitaria e autosufficiente in diretta interazione con l’ambiente. Al cuore della “nuova” riflessione habermasiana sta un soggetto pubblico e linguisticamente strutturato in una comunità linguistica nella quale si forma la coscienza dei singoli individui. Questa “svolta” avviene soprattutto con lo scritto Teoria dell’agire comunicativo (1981), in cui è teorizzata una teoria “pragmatica” del linguaggio, ossia interessata al rapporto intercorrente tra il linguaggio e chi ne fa uso. In questo nuovo capitolo della sua filosofia, Habermas instaura un dialogo proficuo con Karl Otto Apel: i due autori sono convinti che chiunque partecipi a un’argomentazione razionale sensata presupponga implicitamente alcune pretese universali di validità:
1) giustezza (Richtigkeit): ogni dialogante deve rispettare le norme della situazione argomentativa: ad esempio, ascoltare le tesi altrui o ritirare le proprie, qualora si siano dimostrate false;
2) verità (Wahreit): ogni dialogante deve formulare enunciati esistenziali appropriati;
3) veridicità (Wahrhaftigkeit): ogni dialogante deve essere sincero e convinto dei propri asserti;
4) comprensibilità (Verständlichkeit): ogni dialogante deve parlare in modo aderente al senso e alle regole grammaticali.

Se anche una sola di queste quattro pretese non è soddisfatta, allora crolla la possibilità di un’intesa tra gli interlocutori. Naturalmente, queste pretese implicano che la comunicazione avvenga tra soggetti liberi, senza condizionamenti, autorità o interessi, ma soltanto sulla base della capacità di convincimento delle ragioni migliori. Tutte queste pretese hanno un valore etico oltre che logico: a tal punto che esse danno vita a una vera e propria “etica del discorso” (Diskursethik); quando tutte le pretese sono soddisfatte, si ha la “situazione discorsiva ideale”, ossia un modello di società giusta incentrata sull’uguaglianza dei dialoganti. Una siffatta società coincide col modello di comunità democratica composta da uomini uguali, liberi e dialoganti su questioni collettive nel tentativo di risolvere razionalmente i propri conflitti di interessi. http://www.filosofico.net/habermas4.htm

Su queste basi viene enunciato il concetto di iterazioni democratiche. La frammentazione della cittadinanza descritta a partire dal modello europeo suggerisce, proprio in virtù della fase teorica embrionale che sta attraversando, una condizione di maggiore fluidità per cui i principi di inclusione vengono continuamente ridiscussi.

Seyla Benhabib

Questo non può certamente emanciparci dal "paradosso in base al quale gli esclusi non possono partecipare alla decisione in merito alle regole di esclusione e inclusione" (p. 142), ma può consentire, attraverso una concezione giusgenerativa dei diritti, delle forme di iterazione democratica che rendano le norme di inclusione aperte a continui processi di rifondazione riflessiva. Questo aspetto mostra però la grande difficoltà della proposta di Benhabib Se infatti una concezione giusgenerativa dei diritti apre, potenzialmente, degli spazi di maggiore negoziabilità dei diritti, non può essere taciuto il fatto che una concezione realmente giusgenerativa del diritto, dovrebbe comprendere uno spazio di conflittualità non soltanto discorsiva tra soggetti e norme. In altri termini il diritto può divenire costitutivo di diritti se gli attori coinvolti sono, seppur esclusi da determinati diritti, riconoscibili pubblicamente come soggetti giuridici e quindi come attori di potenziali conflitti giusgenerativi. Senza questo presupposto sembra che il rischio di queste iterazioni democratiche possa essere quello di un mero paternalismo illuminato da parte degli inclusi verso gli esclusi.
(S. Benhabib, I diritti degli altri. Stranieri, residenti, cittadini, Raffaello Cortina, Milano 2006 - Tratto dalla recensione di Nicola Marcucci.) http://www.juragentium.unifi.it/it/books/benhabib.htm


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