"Secondo una tradizione antica, noi, proprio noi, siamo gli esseri che sono in grado di parlare e che perciò possiedono il linguaggio. Né la facoltà del parlare è nell'uomo solo una capacità che si ponga accanto alle altre, sullo stesso piano delle altre. È per contro la facoltà che fa dell'uomo un uomo. Questo tratto è il profilo stesso del suo essere. L'uomo non sarebbe uomo, se non gli fosse concesso di parlare [...], l'essere dell'uomo poggia sul linguaggio. Già all'inizio noi siamo dunque nel linguaggio e con il linguaggio" (M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Milano 1973, p. 189)
L'homo sapiens non è che parli perché abbia una cavità orale e laringea adatta, ma piuttosto abbiamo una conformazione fonatoria idonea proprio perché parliamo. Non è tanto la struttura che determina la funzione, ma al contrario la funzione (il parlare) che crea la struttura o per lo meno che attiva le sue potenzialità. Perché una certa funzione emerga c'è bisogno di un contesto in cui possa essere reperita e una mente capace di reperirla. Se questo ragionamento vale per il linguaggio, dobbiamo allora andare in cerca di un ambito socioculturale dove si possono ipotizzare condizioni di vita appropriate al suo reperimento e di un ominide con capacità cognitive avanzate tali da far presupporre l'esistenza di un'attività linguistica. Probabilmente ambiente "idoneo" ed ominide "evoluto" sono le facce di una stessa medaglia. L'uomo costruisce il suo ambiente sociale e le sue costruzioni, i suoi prodotti di rimando modellano l'uomo ossia ampliano le potenzialità della sua mente. (tratto da Francesca Lussana, Genesi delle capacità linguistiche)
Il linguaggio, dal momento in cui ogni essere umano nasce, accompagna non solo ogni istante della nostra vita di relazione con gli altri, ma anche la dimensione della nostra interiorità. Da questo punto di vista il linguaggio sembra qualche cosa di ovvio, di banale, di congenito, come il respirare. Basta però volgere lo sguardo intorno, cosa avvenuta assai per tempo nella storia della nostra tradizione culturale e dell'umanità, per accorgersi che nel linguaggio c'è qualche cosa di profondamente diverso dal respirare, dal camminare, dal nutrirsi e che questa diversità è data dall'esistenza di un grandissimo numero di lingue profondamente differenti tra di loro. E' come dire che respiriamo tutti allo stesso modo, ma che poi il respiro si realizza con nasi diversi. Oggi sappiamo bene che le lingue sono profondamente diverse perché, anche se con qualche problema, con strumenti di indagine accurati le possiamo censire una per una e oggi, nel mondo, ne contiamo di viventi oltre seimila. Ma questa proliferazione di lingue diverse era evidente anche nel passato, si tratta di una diversità singolare, perché non ha nulla a che fare con l'ambiente naturale in cui ci troviamo. Il processo di diffusione delle lingue fuori dal luogo di origine geografico, infatti, è un fenomeno noto. Nel caso delle lingue, quindi, la riduzione a cause ambientali non c'è. Ed è questo che, da epoche remote, ha colpito l'attenzione e la riflessione di chi ha osservato questa pluralità di lingue. Già gli scribi del vicino Oriente antico del terzo millennio avanti Cristo - che redigevano le lettere dei loro sovrani per altri sovrani, in egiziano, in ittita o in sumerico - avvertivano la problematicità del mettere in corrispondenza due testi redatti in due lingue diverse. E' da allora che noi sappiamo che la diversità delle lingue è un fatto profondo e il perché le lingue siano diverse, è stato sempre motivo di curiosità intellettuale. (Tullio De Mauro, Le origini del linguaggio)
Si chiama Foxp2 ed è stato battezzato dai mass media il "gene del linguaggio". Secondo l'èquipe britannica del Wellcome Trust Centre for Human Genetics, che ha condotto la ricerca, più modestamente sarebbe coinvolto nello sviluppo della parte del cervello predisposta alle facoltà linguistiche. In realtà che il linguaggio fosse legato strettamente al bagaglio genetico dell'individuo era chiaro da tempo. Già negli anni Sessanta il linguista americano Noam Chomsky (padre della cosiddetta teoria standard) aveva spiegato come i bambini in maniera innata tendano a imparare i meccanismi universali della grammatica, riuscendo senza norme esplicite a formare un numero potenzialmente infinito di frasi. (Parola di gene Le abilità linguistiche umane dipendono anche dal Dna di Mauro Scanu)
In uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences alla fine di gennaio, Ramon Ferrer i Cancho e Ricard Solà della Universitat Pompeu Fabra di Barcellona hanno utilizzato un modello matematico per ipotizzare come gli elementari sistemi di segni usati dai primati potrebbero essersi evoluti, diventando sempre più vantaggiosi tanto per i "parlanti" quanto per gli "ascoltatori", fino a dare luogo alle prime lingue umane. Da semplice a complesso. La complessità dei linguaggi umani, come hanno fatto notare Ferrer i Cancho e Solà, deriva da una sorta di compromesso continuo tra le esigenze di chi parla e quelle di chi ascolta. Per il primo l'ideale sarebbe un vocabolario ridotto ai minimi termini, appunto come quelli di alcune specie animali, in modo da dover scegliere tra meno parole. Il secondo preferirebbe invece avere una parola per ogni singolo oggetto o concetto, per eliminare l'ambiguità. Il modello matematico, basato sulla misurazione dei "costi cognitivi" dell'uso di diversi tipi di linguaggio per chi parla e per chi ascolta, mostra che non possono esistere troppi livelli intermedi tra la comunicazione animale e il linguaggio umano: il processo evolutivo non sarebbe stato, dunque, graduale e continuo, ma piuttosto una rapida "transizione di fase". Un mosaico di contribuiti. Negli ultimi mesi, tuttavia, gli psicologi e gli scienziati cognitivi stanno iniziando a individuare i diversi meccanismi che regolano l'apprendimento del vocabolario e delle regole grammaticali. I genetisti, dal canto loro, stanno identificando le parti del patrimonio genetico direttamente coinvolte nella capacità linguistica, come il gene FOXP2. Infine, la rapida diffusione di nuove tecnologie di comunicazione permette ai sociolinguisti di osservare "in diretta" le trasformazioni sintattiche e lessicali che una lingua come l'italiano subisce dietro lo stimolo di nuove modalità linguistiche. (Linguaggio, la nuova frontiera. Grazie al contributo di discipline diverse, oggi possiamo capire meglio come evolve la lingua di Nicola Nosengo)
Immagini tratte dal sito www.settemuse.it




Perchè un messaggio comunicativo raggiunga l'interlocutore, perchè un'informazione venga compresa con il minimo di distorsione, perchè un interlocutore ascolti quello che vogliamo dire, perchè un gruppo presti attenzione alle nostre parole è necessario che contenuto e forma della comunicazione siano integrati correttamttamente, possiamo dire possiedano un format efficace.